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Wer erfand das roulette

Wer erfand das roulette

Traduzioni, cultura e immagini Vi sono espressioni che diventano comprensibili solo conoscendo a fondo la realtà socioculturale da cui esse provengono. Prova ne sia un semplice esercizio proposto in corsi di formazione rivolti a insegnanti di lingua italiana e tedesca. Sono queste immagini che permettono di scoprire somiglianze e differenze tra le culture di cui le lingue sono portatrici. Anche se esse Vivere in una realtà come la nostra, dove le lingue si intrecciano, significa fare costantemente i conti anche con questo immaginario dietro alle parole, che è cosa assai più ricca e complessa della pura e semplice traduzione semantica.

Traduzioni rifiutate Per mettere in evidenza un altro effetto sorprendente del contatto tra le lingue è il caso di fare menzione di un ricordo personale che riguarda mia figlia Martina, madre tedesca e padre italiano. Aveva poco più di un anno, allora, e passava ore a giocare nel giardino di casa, dove tenevamo in un recinto alcuni conigli. Muovendo i primi passi, si dirigeva immancabilmente verso la rete.

Osservava i conigli e allungava le mani per toccarli e prenderli in braccio. Fu durante uno di quei momenti che, dai suoni indistinti e affascinanti tipici della fase della lallazione, venne fuori una nuova parola, forse la prima che riguardasse il mondo esterno. Quanto a me, ero pieno di teorie. Fu proprio quel rifiuto a provocare, in me, un effetto che definirei come un apprendimento di ritorno. È dimostrato infatti che i nuovi termini si fissano meglio nella nostra memoria quando siamo noi a scoprire il loro significato, sulla base di una perifrasi o di sinonimi o di altre forme di incoraggiamento.

Quando invece ci viene suggerita bella e pronta la traduzione tendiamo a dimenticarla subito dopo averla usata. Diverso è invece il caso in cui il nostro interesse primario non è quello di apprendere, ma piuttosto quello di esprimerci — e di farlo nel modo più preciso possibile. Per spiegarci meglio ricorreremo a un esempio che già conosciamo. Essa dice inoltre che questa immedesimazione è consapevole e cosciente, tanto da avere un nome specifico e assai ricorrente, che non ha equivalenti nella lingua italiana.

Per chi si trova in questa fortunata condizione, la mancata traduzione è addirittura garanzia di una perfetta comunicazione. La cosa appare rassicurante per chi vive parlando esclusivamente una lingua. Magari, vivendo in Alto AdigeSüdtirol, ha spesso percepito come un peso o come un fastidio la sfida di confrontarsi sui due piani espressivi. Riferimenti bibliografici S. Baur, Le insidie della vicinanza, alpha beta, Merano Baur, R. Scritti sul Sudtirolo, alpha beta, Merano Lavori in corso. Umberto Eco e Claudio Magris con i loro traduttori. Si è trattato di un secondo appuntamento un incontro analogo si è svolto nel a Trieste , quasi a voler ribadire che confronti fra autori e traduttori travalicano i confini di semplici consultazioni, volte a risolvere e dirimere questioni traduttologiche contingenti — a Pola si è discusso in primo luogo dei romanzi Alla cieca di Magris e La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco.

Succede sovente che tali confronti suggeriscano ipotesi di lavoro più ampie, se non addirittura osservazioni teoriche sul tradurre. Che annotazioni a margine possano avere credito teorico e soluzioni, a prima vista provvisorie, statuto di scientificità, sembra essere accettato da molti addetti ai lavori, tanto più se a presiedere simili sessioni sono due protagonisti della letteratura e critica letteraria contemporanea che da anni a vario titolo si occupano di traduzioni vuoi perché traducono, vuoi — e molto più spesso — perché vengono tradotti e collaborano con i propri traduttori, vuoi, infine, perché elaborano in seguito le proprie osservazioni dando vita, in certi casi, a poderosi volumi.

Veronika Brecelj vive a Trieste, insegna nelle scuole slovene, traduce in sloveno testi filosofici e letterari. Eppure si traduce, e allora per rispondere alla domanda si potrebbe, forse, ricorrere al rigore kantiano e tentare di indirizzare il problema in questi termini: Dunque, se la questione diventa: Tradurre obbliga a scegliere, rinunciare, perdere, ma fa anche guadagnare, fa vibrare il testo di potenzialità nuove. Ogni scelta, anche la più insignificante, mette in gioco calcoli di una complessità infinita: Che il livello ritmico di un testo debba essere assolutamente preservato, sembra essere convinzione comune degli scrittori.

Per salvaguardare il ritmo, continua Eco, il traduttore E i traduttori? E, allora, prima di tradurre bisogna capire, interpretare, fare una scommessa, afferma Eco, sul senso di un testo. Un traduttore è un tuo interprete, ma un interprete di tipo particolare, che ti ha letto con attenzione spasmodica, che di solito conosce la tua opera meglio di te stesso — e che con le sue domande o le sue proposte ti convince che sovente un testo è più intelligente del suo autore, e cioè dice cose a cui tu non avevi pensato.

È difficile imbrogliare un traduttore. Non necessariamentre, replica Eco: Anzi, aggiungiamo noi, per essere ancora più rigorosi, non deve proprio modificarlo. Ma se, per ritornare alla questione dei falsi, alzando la posta, e seguendo il traduttore ungherese di Eco, Imre Barna, fossero falsi il carattere della traduzione, come pure i problemi che il traduttore abitualmente lamenta? Una traduzione non riguarda soltanto il passaggio tra due lingue, ma tra due culture, tra due enciclopedie, ribadisce la traduttrice russa delle opere di Eco, Elena Kostioukovitch.

Anche nel tradurre semplici filastrocche che compaiono nel romanzo La Ogni gesto traduttivo è allora gesto interculturale. Nelle dispute traduttologiche ricorre spesso, a tal proposito, la metafora della traduzione come viaggio: Già Goethe consigliava al traduttore di comportarsi come un viaggiatore, di adattarsi alle consuetudini di una diversa popolazione, assimilarne gli usi linguistici, la mentalità e i costumi. Secondo Eco il criterio dovrebbe essere flessibile per i testi moderni: Mantenere in tensione ambedue, suggerisce Magris: Ci sono piuttosto lealtà, onestà, rispetto, pietà.

Abbiamo chiesto loro di raccontarci brevemente esperienze e problemi. È una donna a firmare. Si tratta di una lettera, e di una donna a una donna. Madame de Maintenon scrive a Madame Brinon. Dice, insomma, questa donna, che al Re dona tutto. Sembrerebbe più conveniente scegliere la parola più comune, e insieme più generale, che porta in sé anche il senso più specifico, senza imporlo dove non emerge, o dove non funziona. Dando 1. Derrida, Donare il tempo , trad. Berto, Raffaello Cortina, Milano , p.

Sicuramente questa seconda versione è più scorrevole. È forse anche più corretta e, in un certo senso, più appropriata: Perché farli tacere? Tornando, per il momento, alla scorrevolezza, è vero che si potrebbe fare anche di meglio. Per esempio: Si tratta infatti della lettera di una donna a una donna. Le dice, in sostanza, che dà tutto al Re. Con un ultimo ritocco, si potrebbe tradurre anche la citazione iniziale. Eppure, anche dopo una certa distanza di tempo, dopo essermi esercitata ulteriormente nella traduzione, manterrei, ancora, la scelta iniziale. Nella traduzione italiana di Donner le temps, alla fine del passo citato compare una nota: Sembrerebbe dunque che, almeno per quanto riguarda la traduzione di donner, la scelta nasca da un ripiego: E il lettore è subito avvertito che quel passo impacciato in cui si è imbattuto non è solo un problema di avvio, di adattamento; al contrario, lo 2.

Ivi, pp. Non si tratta allora più tanto di un contenuto di pensiero, ma proprio del modo in cui il testo procede, della sua scrittura. Non occorre certo essere interessati al dono per ricorrere frequentemente al termine donner. Anzi, il suo rimando alla dimensione del donare risulta quasi sempre dimenticato. Ma cosa vuol dire questo rapporto della parola con il dono? Derrida è convinto di no: Non lo sappiamo più. Ma se ogni parola è contaminata dal dono, allora ogni volta, quando utilizziamo le parole date o donate nella nostra lingua, non sappiamo davvero quello che diciamo.

Derrida, Il tempo degli addii , trad. Soresi, Mimesis, Milano Ogni volta, in una traduzione, rimangono dei nodi irrisolti, su cui si deve ritornare. Bisogna cercare di sciogliere questi nodi, di trovare una soluzione, se si vuole che il testo tradotto scorra, funzioni, parli nella nuova lingua. Si tratta, in genere, di scegliere, tra diverse possibilità, la parola più appropriata, o di ricorrere, se necessario, a un giro di parole. Ma succede più volte che, in questo sostare sulle parole, si scopra come già nella lingua originale esse risultano meno chiare di quanto si è portati a pensare, debordano dal loro significato corrente.

Spesso la loro familiarità nasconde rimandi che passano inosservati: È come se, nella parola, restasse qualcosa di eccedente rispetto al suo significato usuale, qualcosa che la sottrae a una piena comprensione: Nella familiarità della parola donner, il rimando al dono è talmente affievolito 6. Derrida, Il segreto del nome , trad.

Garritano, Jaca Book, Milano La letteralità della traduzione intensifica, in questo caso, quel richiamo continuo del dono che proviene innanzitutto, in francese, dal ritmo del testo. Quel che la traduzione non deve perdere è proprio, paradossalmente, questa intraducibilità. La scrittura di Derrida insiste volutamente su questo resto, e insieme ne è ossessionata. Tradurre Derrida significa dunque scontrarsi in primo luogo con una serie di sfide alla traduzione che derivano da una strana proprietà della lingua: Derrida svolge già, nella propria lingua, il compito del traduttore: Ogni testo è un percorso singolare, irripetibile, che procede con un passo del tutto particolare.

Accompagnare quel cammino significa necessariamente deviare rispetto a esso, sfalsarne il ritmo mentre si tenta di riprodurlo. Cosa dice quella frase? Ma cosa succede quando scriviamo parole come temps, donner, reste? Non mettiamo in gioco qualcosa che sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione? Non diciamo di più di quello che intendiamo dire? Come se il discorso non scorresse mai via del tutto, appena facciamo attenzione alla lettera: La frase è preceduta da due parole, scritte in corsivo, unite e separate da un trattino. Se, per figura, questi luoghi metaforici sono le lingue prese nella loro pluralità, il passe-partout permette di entrarvi e di uscirvi.

Derrida, La verità in pittura , trad. Pozzi, Newton Compton, Milano , p. Come dire della sua comunicabilità. Qui sembra che il Lo stesso scenario metterebbe in scena un altro quadro e un altro movimento di cornice, quello di una pars de costruens, con cui la decostruzione si dispiega quale discorso filosofico performativo. Ora, le parole-chiave vengono utilizzate da Derrida con lo scopo di far vedere quando e come esse non funzionano a partire dal codice in cui compaiono in quanto significative.

La decostruzione rielabora le regole del funzionamento generale dei codici linguistici per evidenziare quei casi che, nella loro apparente eccezionalità, non si assoggettano al logocentrismo e alla sua economia simbolica. Non si tratta solo di percorrere, dunque, la 2. Restituire il carattere di sogno e di fantasma al senza fondo del discorso e del testo, svelandolo al contempo come sogno o fantasma, è il compito che Derrida pare attribuire al traduttore ovvero, sempre, a se stesso.

Con Benjamin, ma anche oltre lui, Derrida si assume un compito che è un rischio e un pericolo, in quanto si tratta di percorrere, traducendo, il bordo del senso. Questo pericolo da correre è la sua follia. Derrida mette alla prova alcune pagine del Mercante di Venezia di Shakespeare fornendone una traduzione che è anche un commento. Derrida avanza tre giustificazioni per la sua traduzione. Questa dimensione qui viene appunto evocata da un gusto della giustizia che si perde nella logica e nella retorica impiegate da Porzia nella sua arringa.

E perché rievocare 7. Fortleben e Überleben. E, forse, della sopravvivenza come salvezza salut. La retorica della grazia impiegata con sagacia da Porzia ha uno scopo preciso. La traduzione rilevante ci farebbe udire questo altro senso che abita il logos, istanza resistente alla sua economia e alla sua scaltrezza. Di quale singolarità si tratta, dunque? Che la parola relève cade, per la prima volta, in un discorso sul segno in Hegel e, particolare non trascurabile, quando ne va del senso di un simbolo.

Se con Hegel si attribuisce al segno il valore di piena trasparenza del senso in una veste che gli è perfettamente adeguata, allora il simbolo non è ancora segno da parte a parte, non è giunto a perfetta adeguazione a sé; piuttosto, è il nucleo germinale del segno, un segno-prima-del-segno, un non-ancora-segno che è al tempo stesso un divenire-segno. La letteralità del simbolo, nella prospettiva hegeliana, promette dunque una Vollendung che si realizza nel logos filosofico come chiusura circolare, ritorno della parola a sé nella sua piena trasparenza di senso.

Occorre che la piramide cessi di essere monumento e possa diventare libro affinché lo spirito custodito nella cripta possa liberarsi. La condanna del simbolo e, con essa, di tutte le forme di linguaggio che vi fanno ricorso come i geroglifici egizi e gli ideogrammi cinesi si rende legit Sulla funzione di pivot del passaggio compiuto da Derrida attraverso la semiologia hegeliana rimando al saggio di P.

Come a dire in una traduzione adeguata del movimento dello spirito. Oppure il limite, obliquamente, di sorpresa, riserva sempre un colpo in più al sapere filosofico? Tra queste due affermazioni, la rovina della lingua come Uno, culminante nella sua babelizzazione, sancisce anche la fine della traduzione nel suo continuo rilancio. Derrida, Timpano, in Margini della filosofia , trad. Iofrida, Einaudi, Torino , p. Derrida apparteneva ancora alla generazione di filosofi per cui il tedesco era una lingua magica, e largheggiava; mi sembra ancora di sentirlo quando leggeva: Freud, Nietzsche, Heidegger, Husserl.

Geschlecht, Nachschrift, Traumdeutung. Adorno, Minima Moralia, Suhrkamp, Frankfurt a. Solmi, Minima Moralia, introduzione di L. Ceppa, Einaudi, Torino , p. Chiaramente no. Bene, beccati questo. Facioni, Glas, Bompiani, Milano , p. Differenza, diaferenza, anche direzione si propose nel convegno a cui alludo. Blocchi di ghiaccio alla deriva nel mare, pericolosissimi per le navi, e ora sempre più numerosi a causa del riscaldamento del pianeta. Gioco di parole intraducibile. In tedesco nel testo. Tranne che, devo confessarlo, mi sembra che non ci sia un solo filosofo, da Platone a Nietzsche, che, avendone avuta la possibilità, abbia rinunciato alle battute.

Per esempio un esempio a caso? Derrida non riusciva a non ridere, e difatti si chiedeva da quale parte della Foresta Nera avesse mai incontrato una scimmia. Ma si rideva di Heidegger, non con lui. E poi ci si incominciava a preoccupare. Deuticke, Leipzig-Wien ; trad. Daniele e E. Forse la scelta di questo termine allude alle frequentazioni freudiane di Derrida. In inglese nel testo. Equivale in buona sostanza al Witz. In castigliano nel testo. Equivale in buona sostanza al wit. In francese nel testo. Equivale in buona sostanza alla agudeza. In italiano nel testo. Entrambe in Ecce homo. Normalmente tradotto con Che cosa significa pensare.

Ma è anche possibile la traduzione A cosa chiama il pensiero?. Questa riflessione, che. Torniamo a Jacques. Dunque, il traduttore fedele alle associazioni aveva ragione di tradurre fin dove poteva, e poi di farcire di note del traduttore. Entro certi limiti, era un gioco calcolato. Al lupo! Per il contesto di questi riferimenti, e per la poetica che vi è sottesa, cfr. Ferraris, Ermeneutica di Proust, Guerini, Milano Non sfuggirà a chi legge la perniciosa tendenza dello scrivente a mettersi sullo stesso piano di Derrida, a creare parallelismi pazzeschi o comunque fuori luogo.

Derrida, Des tours de Babel [glielo avevo suggerito io di tenere il francese, trattandosi di un gioco di parole intraducibile], trad. Il testo sulla traduzione intraducibile è stato ovviamente tradotto in spagnolo, inglese, tedesco, e in molte altre lingue. È per esempio immaginabile che Goebbels avrebbe riso di Bananas? Non è chiarissimo il richiamo a quel luogo in questo contesto. Io credo che nella decostruzione non vi sia che transfert: Derrida, Memorie per Paul de Man.

Derrida nasce in Algeria nel in una famiglia di origine ebraica. Nel il Decreto Crémieux concede la cittadinanza francese agli ebrei nati in Algeria. Fummo ostaggi dei francesi, permanentemente [ Berto, Raffaello Cortina, Milano , pp. Parliamo una lingua, una sola, che per essenza non ci appartiene: Molteplici pieghe sembrano annunciarsi. Quanti gesti e movimenti questo atto richiede? Come abitare questa lingua che.

La lingua non appartiene a nessuno. Certo non a chi se la vede imporre, ma nemmeno a chi se ne crede proprietario: A questo primo movimento di appropriazione, Derrida fa seguire una sorta di contro-movimento, un effetto di rivoluzione, o liberazione emancipatoria che prende la forma di una riappropriazione, un desiderio di vendetta nei confronti di questa lingua che non si ha. Come abitare allora questa lingua folle che mi fa parlare senza appartenermi? Ebbene, dice Derrida, abitandola in modo improprio. Ecco allora la piega in cui si iscrive lo snodo stesso che lega una situazione idiomatica storica e singolare quella di Derrida con una struttura a priori che tale singolarità ri-marca.

Derrida, B. Stiegler, Ecografie della televisione , trad. Piana e L. Chiesa, Raffaello Cortina, Milano , p. Ecco la sua follia: Al cuore della lingua, e della sua legge, dimora dunque una follia. E questa divisione farà ingelosire, e farà sognare e desiderare di scrivere e tradursi in esso. La lingua è attraversata da una doppia piega differenziale. Non è possibile, allora, alcun metalinguaggio: Si annuncia qualcosa dentro la lingua che appartiene al fuori. Essa non è propriamente una lingua perché non esiste, è piuttosto 9. Non se ne esce dalla lingua. Al contrario, si tratta di tradursi in essa, nello spazio disconnesso della sua non identità a sé. Piega differenziale, o différance, che ri-marca il monolinguismo a partire da una memoria immemoriale e ipermnesica di una lingua mai stata, mai stata presente, perché impresentabile.

Possiamo donarle il suo e nostro altro. Possiamo graffiarla, per questo, mostrando lo scarto e la non tenuta del suo essere presente a sé. Come la legge, come la madre, la lingua è folle. Folle di sé, della sua divisione. E la scrittura onora la linguamadre trasformandola, facendola parlare altrimenti, ovvero rimarcando in essa le pieghe della sua stessa scissione.

Parlare è il continuo tradursi nella divisione della lingua sempre unica, ma mai una. Le lingue non si contano, dice Derrida. Esse sono sempre, ogni volta, più di una. Sempre in traduzione. Paul Celan, poesia e pensiero, mette alla prova i suoi traduttori. Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete [ Celan, Sotto il tiro di presagi. Poesie inedite , trad. Ranchetti e J. Leskien, Einaudi, Torino Tutte le traduzioni da Celan presenti in queste pagine sono di chi scrive. Nato a Czernowitz in Bucovina il 23 novembre e morto suicida a Parigi intorno al 20 aprile Nel , nella sua raccolta più celebrata, una poesia recava scritto: Béguin, Garzanti, Milano , p.

Bianchi, Sansoni, Firenze , passim. Qui, davvero, la prova e il compenso inatteso: Celan, Schibboleth, GW, I, Conforti a cura di , La psicoanalisi tra scienze umane e neuroscienze, Rubbettino, Catanzaro , pp. Bevilacqua, è comparsa in P. Celan, La verità della poesia, Einaudi, Torino , pp. Appartengono agli strati profondi del linguaggio. La mia preoccupazione? Liberarmi dalle parole in quanto mere designazioni. Vorrei sentire di nuovo nelle parole i nomi delle cose.

Solitario e in cammino. Celan, Der Meridian, cit. In tale accezione, il primo testo che metto alla prova delle mie capacità di lettura risulta essere affatto rappresentativo: Nondimeno, evidenzia la stessa tipicità che impronta gran parte della raccolta che lo contiene — Die Niemandsrose del — e che si esempla in In Eins, il secondo componimento sullo scibbolet, là dove sono convocate simultaneamente quattro lingue diverse a celebrare, concelebrare una pluralità di eventi e di idiomi In Uno appunto.

Steiner, Dopo Babele, cit. Celan, À la pointe acérée, GW, I, Per una mirabile lettura di questo testo, prossima alle questioni sollevate in questo scritto, cfr. Derrida, Schibboleth. Per Paul Celan , trad. Scibilia, Gallio, Ferrara , pp. Baudelaire, Lo spleen di Parigi, trad. Il TÜV é un istituto che controlla se l'auto é in ordine. Se é sicura e ben funzionante. Ogni due anni si deve portare l'auto al controllo e quindi ottenere una nuova etichetta. Ci sono due tipi di auto: Al giorno d'oggi questo sta cambiando: Ma la mia piccola auto ha ancora nach wie vor un cambio manuale.

Prima di potersi sedere al volante das Steuer, — di un'auto, si deve prendere la patente. Per questo si va alla scuola guida die Fahrschule, -n. Qui si paga per farsi insegnare da un istruttore come guidare l'auto. E naturalmente si devono anche rispettare beachten, beachtete, beachtet le regole del traffico. Quindi la lezione nella scuola guida é strutturata gliedern, gliederte, gegliedert in una parte di teoria e una di pratica. Alla fine si deve passare un esame teorico e uno pratico. Quando si sono passati entrambi, si prende la patente, che sembra come una carta di credito di plastica.

Inoltre le auto in Germania devono essere assicurate! E' un obbligo die Pflicht, -en. L'auto é rotta e semplicemente non viaggia più. Ci sono naturalmente altri club come l'ADAC, prendo questo solo come esempio. In ogni caso poi arriva l'ADAC con la sua auto gialla da me e cerca di riparare la mia auto sul posto, quando si tratta di una piccolezza die Kleinigkeit, -en. Quando é più serio, l'auto deve essere rimorchiata abschleppen, abschleppte, abgeschleppt.

Allora un carro attrezzi der Abschleppwagen, — la porta alla più vicina officina. Mi é successo questo lo scorso anno, é stato molto sconvolgente aufregend! Mi accorgo che potrei raccontare ancora molto a proposito di zum Thema auto - é un tema molto importante in Germania! Per esempio, al momento c'é un cosiddetto premio di rottamazione - chi demolisce la sua vecchia auto, ovvero la porta in discarica, riceve soldi dallo Stato, se con quelli compra una nuova auto.

DE , Slow German. Danza un uomo nero. Filastrocca tedesca sull'Uomo Nero, o meglio, sul Butzemann, che é un personaggio un po' più complicato del nostro Uomo Nero, connotato in maniera meno lineare. In questo caso, infatti, la sua misteriosa apparizione danzante e movimentata nella casa finisce per avere un risvolto positivo per il bimbo buono. Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa, trallalà.

Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa Si agita, si agita, Si getta il suo zainetto dietro a sè Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa, trallalà. Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa Getta il suo zainetto avanti e indietro, Cosa c'é davvero dentro il suo zainetto? Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa, trallalà. Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa Quando é notte porta al bambino buono Le mele che sono nello zainetto. Danza un uomo ni-na-nero Per la nostra casa Getta il suo zainetto avanti e indietro, Al mattino é di nuovo vuoto.

Una città belga diventa vegetariana. Dipendenti pubblici public official e politici saranno i primi a rinunciare alla to give, gave, given up carne per un giorno; gli scolari faranno lo stesso to follow suit a Settembre. Si spera che la mossa ridurrà la carbon footprint impronta carbonica di Ghent e affrontare to tackle l'obesità.

Circa novantamila cosiddette "mappe cittadine vegetariane" sono state stampate correntemente per aiutare la gente a trovare i locali vegetariani della città. La Chrysler perde un quarto dei concessionari. La Chrysler ha scritto a tutti i suoi concessionari dealer per dire loro se la loro concessioni franchise saranno o no interrotte to terminate. Con una mossa che assesterà un duro colpo a to deal, dealt, dealt a serious blow to piccole città in ogni parte across degli Stati Uniti, l'azienda ha in programma to plan, planned, planned di eliminare circa concessionarie dealership in poche settimane.

Dice che la rete é antiquata antiquated e vende meno auto per concessionario che i concorrenti stranieri come Honda. Le concessionarie sono indipendenti, spesso attività business familiari family-owned che ora devono affrontare to face la perdita dei loro mezzi di sostentamento livelihood. La mossa dovrà essere approvata dai tribunali fallimentari.

General Motor, che sta pure lottando per evitare la bancarotta, sta mandando lettere a circa un migliaio dei suoi concessionari, avvertendoli che non rinnoverà le loro concessioni quando scadranno to expire più tardi il prossimo anno. Pubblicato domenica, maggio 17, Centri commerciali in saldo. Oggi i centri commerciali das Kaufhaus, Kaufhäuser devono offrire lusso ai loro clienti. Sono finiti i tempi dei grossi centri commerciali?

In ogni caso il loro significato é stato chiaramente ridimensionato abnehmen, abnahm, abgenommen. Economici discount der Discounter, - fanno loro concorrenza. Anche su internet si guadagnano più soldi al giorno d'oggi. La "Kaufhaus des Westen Centro commerciale dell'Ovest " conta ogni giorno tra i Nel periodo precedente il Natale talvolta visitano fino a Arcandor mira in futuro più decisamente alla classe media. Ma gli esperti dubitano bezweifeln, bezweifelte, bezweifelt che questo proposito die Absicht, -en abbia successo. Dato che, secondo il punto di vista nach Ansicht del ricercatore sui consumi Ingo Balderjahn dell'università di Potsdam, il mercato si é sviluppato in due direzioni: Per esempio i discount alimentari Aldi o Lidl offrono da anni anche vestiti, articoli elettronici e apparecchiature per la casa.

In questo modo portano via abjagen, abjagte, abgejagt clientela die Kundschaft, -en ai centri commerciali das Warenhaus, Warenhäuser. Ma questi hanno nel frattempo reagito e ridisegnato umgestalten, umgestaltete, umgestaltet molte delle loro sedi. All'ingresso il cliente é salutato empfangen, empfing, empfangen dai profumi der Duft, Düfte della sezione profumeria. Anche l'assortimento das Sortiment, -e delle merci é cambiato.

Il ricercatore dei consumi Ingo Balderjahn pensa che solo pochi centri commerciali di lusso come il "Kaufhaus des Westens" potranno continuare ad esistere sich behaupten, behauptete, behauptet können in futuro. Ma la maggioranza dei centri commerciali potranno probabilmente sopravvivere sono se si concentreranno nell'area dei discount. Pubblicato sabato, maggio 16, Riposare con disciplina. Almeno una volta alla settimana bisogna sudare! Perché anche nel dopolavoro der Feierabend, —e riesce difficile ai jemandem fallen, fiel, gefallen etwas schwer tedeschi, riposarsi e basta.

Il tempo libero in Germani non é solo faticoso, ma anche e soprattutto ben organizzato. Eppure un pomeriggio nel proprio giardino der Schrebergarten, Schrebergärten: Gite nelle città, viaggi per sport e settimane di cura sono diventate sempre più favorite dai tedeschi. E per apparire per quanto possibile in buona condizione, si praticano sport più o meno organizzati.

Quasi knapp 25 milioni di tedeschi sudano almeno una volta alla settimana - la maggioranza di loro facendo jogging, nordic walking, inline skating o andando in bicicletta. Secondo nach Angaben l'ufficio federale di statistica sono spesi ogni mese circa Euro per famiglia per il tempo libero. Alla quale non servono le traduzioni, come sono soliti dire i cattivi traduttori, ma al contrario le cattive traduzioni devono a lei la loro esistenza. Come quello di una vita specifica ed elevata, anche questo dispiegamento è determinato da una finalità altrettanto specifica ed elevata. Vita e finalità: Tutte le manifestazioni finalistiche della vita, come la finalità in generale, non sono in ultima analisi finalizzate alla vita ma a esprimere la sua essenza.

Ne rappresentano il significato. In verità, tentando di istituirlo in forma germinale, la rappresentazione di un significato è un modo specifico di rappresentazione, che non si riscontra nella vita non linguistica. La quale nelle analogie e nei segni possiede altre forme di riferimento, diverse dalla realizzazione intensiva, anticipatoria e allusiva. Con questo tentativo di spiegazione sembra che dopo vani rigiri la trattazione sbocchi comunque di nuovo nella tradizionale teoria della traduzione. In verità, nella traduzione la parentela tra lingue si esprime in forma più profonda e determinata della vaga e superficiale somiglianza di due poesie. In termini più rigorosi, significa negare per impotenza del pensiero uno dei processi di pensiero più potenti e fecondi.

Infatti, come il tono e il significato delle grandi poesie mutano integralmente Anzi, mentre la parola del poeta sopravvive nella propria lingua, anche la più grande traduzione è destinata a essere presa dallo sviluppo della lingua e a perire nel suo rinnovamento. Evidentemente, in generale, la parentela non si accompagna necessariamente alla somiglianza. Dove cercare la parentela di due lingue, prescindendo da quella storica?

Non nella somiglianza delle poesie o delle parole. Piuttosto la parentela sovrastorica delle lingue poggia sul fatto che in ciascuna di esse, considerata come un tutto, si intenda una sola e identica cosa, che tuttavia non è accessibile a nessuna, se considerata singolarmente, ma solo alla totalità delle loro intenzionalità [Intentionen] reciprocamente integrate: Infatti, mentre i singoli elementi — parole, frasi, nessi — di lingue straniere si escludono reciprocamente, tali lingue si integrano nelle loro intenzionalità.

Nel modo di comprendere troviamo, infatti, che le due parole significano qualcosa di diverso in tedesco e in francese, che non sono intercambiabili per entrambi e che in ultima analisi tendono a escludersi. Mentre i modi di intendere in queste due parole si contrappongono reciprocamente, essi si integrano nelle due lingue di origine e precisa Fino ad allora rimane nascosto nelle lingue. Soluzioni non temporanee né provvisorie, soluzioni attuali e definitive a questa estraneità sono interdette agli umani o comunque non sono perseguibili direttamente.

Indirettamente è la crescita delle religioni che fa maturare nelle lingue il seme nascosto di una lingua più alta. Il primo costituisce una certa unità, come frutto e buccia, mentre la lingua della traduzione avvolge il contenuto come Infatti, la traduzione significa una lingua superiore a quella che è e, quindi, resta inadeguata, estranea e persino violenta rispetto al proprio contenuto. Questa frattura ostacola ogni trasferimento, rendendolo al tempo stesso superfluo. Prima degli altri i romantici sono penetrati nella vita delle opere, di cui la traduzione è la testimonianza più alta. Tutto fa ritenere che questo sentimento non sia necessariamente più forte nel poeta, anzi, in lui come poeta trova ancor meno posto.

Neppure la storia corrobora il pregiudizio tradizionale secondo cui i traduttori più importanti sarebbero poeti e i poeti trascurabili sarebbero traduttori mediocri. Alcuni dei maggiori, come Lutero, Voss, Schlegel, sono incomparabilmente più significativi come traduttori che come poeti; altri tra i massimi, come Hölderlin e George, non si possono intendere nel complesso delle loro creazioni solo come poeti — meno che mai come traduttori. Infatti, la traduzione è una forma propria. Parallelamente il compito del traduttore va inteso come compito a sé, nettamente distinto da quello del poeta.

La traduzione non si trova come la poesia dentro la foresta del linguaggio, ma fuori e di fronte. Il pensiero dominante di integrare le molte lingue in una sola, quella vera, colma il lavoro del traduttore. Ma se esistesse la lingua della verità, in cui si conservano senza tensioni e senza parole i segreti ultimi intorno a cui si affatica ogni pensiero, sarebbe questa lingua della verità la vera lingua.

Se in queste parole il pensiero di Mallarmé è a rigore alla portata del filosofo, allora con i suoi semi di un linguaggio siffatto la traduzione sta a metà strada tra poesia e scienza. Il conio del suo lavoro è a loro inferiore, ma non si imprime meno profondamente nella storia. Il compito di far maturare nella traduzione il seme della lingua pura sembra senza Infatti, non le si toglie forse il terreno di sotto i piedi quando la restituzione di senso cessa di essere decisiva? Detto in negativo, questo è il significato di quanto precede. Fedeltà e libertà — libertà della restituzione sensata e, al suo servizio, fedeltà alla parola — sono i termini tradizionali della discussione sulla traduzione.

Ogni teoria della traduzione alternativa alla restituzione di senso sembra inservibile. Di solito lo si esprime dicendo che le parole portano con sé una tonalità affettiva. La letteralità sintattica getta del tutto alle ortiche ogni restituzione di senso e rischia di portare dritto dritto alla inintelligibilità. Il XIX secolo aveva davanti agli occhi le traduzioni di Hölderlin di Sofocle come esempi mostruosi di tale letteralità. Si capisce da sé quanto la fedeltà alla restituzione della forma comprometta quella del senso. Alla quale serve di più — ma alla poesia e alla lingua assai di meno — la libertà indisciplinata dei cattivi traduttori.

Tale esigenza, il cui diritto è palese, ma la cui giustificazione è assai riposta, va necessariamente compresa sulla base di rapporti più validi. Infatti, a cosa si riferisce la libertà di traduzione se non alla restituzione di senso, che ora cesserebbe di essere normativa? Seppure fosse possibile identificare il senso di una formazione linguistica con la sua comunicazione, al di là di ogni comunicazione rimarrebbe vicinissima, anzi infinitamente lontana, chiara eppure nascosta, fragile eppure potente, qualcosa di ultimamente decisivo.

Simboleggiante nelle formazioni linguistiche finite, ma simboleggiato nel divenire della lingua. Che, seppure latente e frammentato, è tuttavia presente nella vita come simboleggiato e abita le formazioni linguistiche come funzione simboleggiante. E proprio qui la libertà di traduzione afferma un nuovo e superiore diritto, non fondato sul senso della comunicazione, emancipare dal quale è compito della fedeltà. Il compito del traduttore è di sciogliere nella propria la lingua pura che è stata esiliata, liberandola dalla prigione del rifacimento letterario.

Per amor suo il traduttore rompe le barriere fatiscenti della propria lingua. Lutero, Voss, Hölderlin e George hanno ampliato i confini del tedesco. Accanto alle tesi di Goethe nelle note sul Divan, sono probabilmente quanto di meglio è stato pubblicato in Germania sulla teoria della traduzione. Almeno traducendo da una lingua assai remota, chi traduce deve spingersi indietro fino agli elementi ultimi della lingua, dove parola, immagine e suono si fondono.

Attraverso la lingua straniera deve allargare e approfondire la propria. Si arriva al punto in cui la sopravvalutazione di quel senso, lungi dal funzionare da leva per una traduzione ricca di forma, la pregiudica. Le traduzioni di Hölderlin sono prototipi della loro forma. Nei confronti delle traduzioni più perfette dei loro testi stanno nel rapporto del prototipo al modello.

Nessun testo lo concede al di fuori del sacro, dove il senso cessa di fungere da spartiacque tra i flussi della lingua e della rivelazione. Non più per sé, ma in no Infatti, in una certa misura, che è massima negli scritti sacri, tutte le grandi scritture contengono tra le righe la loro traduzione virtuale. Come osar parlare di traduzione davanti a voi, coscienze vigili, che sapete come sia in gioco una posta immensa e non solo il destino della letteratura? Davanti a voi che esprimete in tale compito sublime e impossibile il vostro desiderio, la vostra inquietudine, il vostro lavoro, il vostro sapere e la vostra competenza? Altro modo di riconoscere un appello alla traduzione fin dalla soglia di ogni lettura-scrittura.

La parola sarà il mio tema. Da parte vostra, perdonate per prima cosa il fatto che io mi serva di questa parola, merciful, come di una citazione. Il mio tentativo di dissimulare le mie incapacità grazie ad artifici più o meno ingenuamente perversi sarà sicuramente vano. Soprattutto non sarà una traduzione rilevante. Di conseguenza non dipenderà [elle ne va pas relever], lo ripeto, da quella che correntemente viene chiamata una traduzione, una traduzione rilevante. Relever, rilevare, connota in primo luogo il significato culinario, come assaisonner, cioè insaporire.

È proprio quello che dice Porzia: Il perdono conserva il gusto della giustizia alterandolo, raffinandolo, coltivandolo; le assomiglia ma proviene da altrove, è di un altro ordine, allo stesso tempo lo modifica, lo tempera e nel contempo lo rinforza, lo cambia senza cambiarlo, lo converte senza convertirlo, piuttosto migliorandolo, elevandolo. Ecco una prima ragione per tradurre seasons con relève, rileva, che conserva proprio il codice del gusto e il riferimento culinario di to season, assaisonner, insaporire: Seconda giustificazione: La grazia sublima la giustizia.

Ci sarebbe infine una terza giustificazione per il verbo relever. Alludo al linguaggio marinaresco. Conrad, per esempio, scrive in The Secret Sharer Il compagno segreto: La mia operazione è stata una traduzione? Il fatto è questo: Che è anche una traduzione. Si tratta effettivamente di un simile rilevamento, qui, nella bocca di Porzia: E anche traduzione.

Il pozzo e la piramide. Introduzione alla semiologia di Hegel, conferenza pronunciata al Collège de France nel seminario di Jean Hyppolite nel gennaio , ripresa in Margini della filosofia, , trad. Iofrida, Einaudi, Torino , pp. La lista delle parole come pharmakon, supplemento, différance, imene ecc. Diciamolo molto rapidamente: Analizzo semplicemente il dato storico e allegorico di tale situazione.

Forse questa operazione ha ancora una parte nel lavoro del negativo in cui Hegel vedeva una relève, un rilevamento Aufhebung. Se presumessi allora che la quasi-traduzione, la transazione della parola relève, rilevamento, è relevante, rilevante parola inglese in corso di Che resta in se medesima innumerevole, forse innominabile: Quello che la traduzione con la parola relevante dimostrerebbe sarebbe inoltre, in modo esemplare, che ogni traduzione dovrebbe essere per vocazione rilevante. Assicurerebbe il sopravvivere di tale sopravvivenza nel doppio senso che le dà Benjamin in Il compito del traduttore: Fortleben e Überleben, cioè vita prolungata, vita continuata, living on, ma anche vita dopo la morte.

Non è quello che fa una traduzione? Siccome si tratta di un lavoro o perfino, come dicevamo, di un lavoro del negativo, tale rilevanza è un lavoro del lutto nel senso più enigmatico di questa parola, che meriterebbe una rielaborazione nella quale mi sono cimentato altrove e cui devo qui rinunciare. Memoria fedele e luttuosa. Non occorre dire neppure che la traduzione conserva il valore del senso o che deve rilevarne il corpo: Insisto sulla dimensione cristiana. Pur senza volere far torto al fantasma di Hegel, rinuncio al terzo tempo del discorso di Porzia che vi avevo preannunciato e che avrebbe riguardato la traduzione come preghiera e benedizione.

Grazie del tempo che mi avete offerto, vi chiedo scusa, mercy, vi chiedo scusa del tempo che vi ho preso. Voglio incominciare ringraziando Mahasweta Devi per la fantastica prosa che scrive. Voglio ringraziare i. Mio padre era un medico. E mia Madre? Per me è impossibile riuscire a dire abbastanza su di lei in questa particolare circostanza. Sposatasi a quattordici anni e con figli e figlie che sono arrivati quando aveva quindici e ventitré anni, questa moglie e madre attiva e devota, felice in ogni ruolo della violenza traduttiva nel contesto coloniale e postcoloniale — cfr.

Niranjana, Siting Translation. Derrida, Des tours de Babel, trad. E questo per nominare solo le costruzioni metaforiche che costellano il testo qui tradotto, molte altre potrebbero essere chiamate in causa, risposte diverse a diverse situazioni singolari. Anche se poi non si tratta mai solo di metafore: Samik Bandyopadhyaya mi ha presentato Mahasweta Devi nel Non mi ricordo perché quella posizione in quel momento mi era sembrata assurda. Quando riguardo quel saggio oggi, resto colpita dalla sua ingenuità.

Oggi, forse, dovrei dirlo con più tatto. Non lo so. Ma so che questa strumentalità scomparve nel corso del lavoro. Il testo verbale è geloso della sua firma linguisti È in virtù di questo paradosso che fiorisce la traduzione. Questo ha suscitato delle ire, da varie parti. Ma faccio appello alla vostra indulgenza per un attimo: Devi, Imaginary Maps: Three Stories, trad.

Spivak, Routledge, New York Sono molto grata allo Jnanpith committee per aver corretto errori come questi. E tuttavia, dato che il testo serba il suo segreto, è impossibile. Il compito etico non è mai davvero messo in atto. Pterodactyl, Puran Sahay and Pirtha, uno dei racconti raccolti in Imaginary Maps, è la storia di tale impossibilità inevitabile. Spivak, La politica della traduzione, cit. Il premio Jnanpith, istituito il 22 maggio , viene assegnato al miglior contributo generale di ogni cittadino indiano alla letteratura in una delle lingue comprese nella VIII sezione della Costituzione indiana. Questo compito fondante della traduzione non scompare feticizzando la lingua dei nativi.

A volte leggo e sento dire che i subalterni possono parlare nella loro lingua madre. La parola non è parola se non è ascoltata e sentita. Il problema più difficile qui è quello della traduzione da una lingua idiomatica a una lingua standardizzata, cosa che è fuori moda tra le élite progressiste, e senza la quale le strutture astratte della democrazia non possono essere comprese. Paradossalmente, è proprio qui che gli aspetti idiomatici devono essere tenuti in conto con la massima attenzione. Raramente, se non mai, si hanno notizie ufficiali sui risultati di queste iniziative, e naturalmente non si sa che cosa succede quotidianamente in quelle classi.

Non ho nessun dubbio su questo. Il mio lavoro di preparazione degli insegnanti, che faccio in modo siste5. I miei sforzi personali adesso sono stati sanciti burocraticamente. Aveva la testa girata verso di me, dava loro le spalle, e i suoi occhi brillavano di lacrime. Più tardi, è venuta alla mia porta e ha scritto il suo nome e indirizzo, i primi dieci numeri la prova consueta del fatto di saper leggere e scrivere e poi il suo messaggio: In questo momento non lo posso sapere.

Ma quello che sto descrivendo è molto diverso dalla rettitudine autocosciente delle lezioni nella cosiddetta educazione degli adulti. Questo è il bengalese creolo delle tribù che Mahasweta tenta di riprodurre nella sua narrativa e che io non posso tradurre in inglese. Il mio amico Sahan Sabar pensava di scrivere in bengalese standard. Do testimonianza del tentativo di tradurre che quella frase porta con sé. Ho fatto per lui due modifiche, assicurandogli che la prima era solo una variazione. E in italiano standard: Questo subalterno mi ha fatto il dono della parola, già in direzione della traduzione, non perché gli ho dato un aiuto in un momento di difficoltà, ma perché io mi sono occupata del suo idioma.

Questi Sabar, donne e uomini, traducono continuamente per me tra il loro parlare, il loro creolo, e il mio bengalese, e lo fanno consapevolmente. Loro non hanno bisogno immediato di un dizionario antropologico della lingua kheria. Ce ne sono un paio nella biblioteca della Columbia University. Spero che la Akademi si muoverà in direzione della soddisfazione di questo bisogno.

Ilide Carmignani. Renata Colorni. Insomma, in casa era una lingua sempre presente, familiare, e ovviamente me ne sono avvalsa negli studi. Sicuramente mi hanno aiutato a considerare la traduzione come un lavoro che va a fondo della conoscenza, una lettura che bada al significato, ai contenuti profondi del dettato letterario, e non soltanto alla forma. Lei ha tradotto molti autori illustri: Bernhard, Canetti, Dürrenmatt, Roth, Schnitzler, Reventlow, Werfel… Ma la prima traduzione che viene alla mente è quella delle opere di Freud, a cui accennava prima.

Vuole raccontarci questa impresa che, almeno dal di fuori, appare titanica? Francamente, anche dal di dentro. La direzione di Musatti, il più grande psicanalista italiano, era francamente una direzione assai lontana; il lavoro toccava a me ma di grande aiuto sono state le discussioni che ho avuto con Paolo Boringhieri stesso e Si trattava di rivedere le traduzioni già esistenti, ricordo per esempio i Casi clinici di Mauro Lucentini, ma anche di tradurre moltissimi testi ancora inediti in italiano.

Il fascino di questo lavoro è stato la possibilità di una total immersion in una disciplina per me nuova e nel mondo di un autore che era anche un grandissimo scrittore. Poi sono stata chiamata in Adelphi da Roberto Calasso, che aveva apprezzato le mie traduzioni di Freud proprio dal punto di vista della loro qualità letteraria. Quando mi ha detto che voleva affidarmi i testi di letteratura tedesca, io ho risposto che ero una filosofa, non una letterata, e lui ha ribattuto che forse ancora non lo sapevo, ma le mie traduzioni di Freud avevano chiaramente questa valenza.

Significa quello che ha sempre significato, almeno per me, la traduzione, e cioè immedesimarsi a fondo nel mondo di un autore e porsi il problema di dargli voce. Dopodiché i problemi diventano quelli della singola immagine, della singola ricerca, sugli ar Nel caso di Freud, ovviamente, mi hanno molto aiutato anche letture di testi che lo riguardano e che riguardano i temi da lui trattati. Lei ha affrontato testi assai diversi. Ora che il mio lavoro, del tutto diverso, mi porta a incontrare molti scrittori, a conoscerne a fondo la psicologia, credo di poter dire che in generale — ma esistono naturalmente vistose e luminose eccezioni — si tratta di persone pochissimo curiose.

Lo scrittore è in genere una persona molto concentrata sul proprio ego, sul proprio modo di esprimersi, sul proprio mondo. Grande o piccolo non importa, è sempre ferocemente attaccato a una sua espressività e spesso ha poco interesse per la voce degli altri. Anche il modo in cui legge è fagocitante, cannibalico, legge per trarne qualcosa. Il traduttore ha una disposizione psicologica molto diversa, è disposto a fare tabula rasa di se stesso, e anche di quelle che sono le sue eventuali doti espressive.

Ma sotto questa specie di masochismo, questo atteggiamento di umiltà, si cela anche quello che io considero un luciferino orgoglio, perché nel momento in cui traduce, il traduttore sa Mi piace pensare al traduttore come a un esecutore, a un interprete, a un attore, perché sostanzialmente il nostro è un lavoro di mediazione artistica. Quando i giovani mi chiedono consigli per avviarsi a questo mestiere, io dico sempre di leggere molto, moltissimo, ma in italiano. Provo a chiarire: Cito Bernhard perché è un autore che mi interessa moltissimo e sul quale ho molto lavorato.

Tradurre un libro di Bernhard è, in un certo senso, come tradurli tutti: Il traduttore, qui, deve farsi scrittore. Ho tradotto alcuni libri di questo autore e di molti altri ho rivisto in profondità traduzioni di miei colleghi. Ho letto e riletto tutti i suoi libri in modo da farmi risuonare dentro la musica Il traduttore quindi deve avere talento letterario, anche se poi preferisce ascoltare gli altri invece che se stesso… R. Il traduttore letterario è in qualche modo uno scrittore mancato, un artista camaleontico e libertino, incapace di dare vita a un mondo immaginativo suo, ma appassionato curioso e versatile abbastanza da saper dare espressione originale ai molti mondi degli autori che ammira e con i quali sente una profonda consonanza.

Quando mi occupavo soprattutto di traduzione, non scrivevo niente di mio, mai. La traduzione è un vero alimento per un certo tipo di creatività. Ricordo che quando ho tradotto La morte della Pizia, un libricino breve, ho letto tantissimo, Graves e Kerényi per esempio, per appropriarmi di un certo linguaggio aulico, benché poi mi trovassi a fare i conti anche con una lingua sporca, rozza perfino, che fa innegabilmente parte del DNA di Dürrenmatt. Il traduttore ha questa fortuna, si immerge in più mondi, ascolta più voci, vive più vite, si dedica a studi diversi, che poi diventano patrimonio della sua vita, della sua personale cultura.

In effetti la traduzione deve racchiudere qualche piacere, visto che di solito non porta né denaro né fama… R. Effettivamente, benché ce ne siano in giro di bravissimi, i traduttori appartengono a una categoria professionale misconosciuta o comunque non sufficientemente apprezzata. Basta pensare che molti dei nostri critici letterari quando parlano a lungo di un libro per elogiarne la qualità letteraria e a tal fine magari ne citano lunghi brani , spesso si dimenticano addirittura di citare il nome del traduttore! I traduttori letterari inoltre sono mal pagati.

La verità è che il lavoro del traduttore letterario è un lavoro amatoriale, come del resto anche quello dello scrittore: Quali sono le traduzioni a cui è più affezionata? Molti editori hanno alle spalle almeno qualche piccola esperienza di traduzione. Molti ma non tutti. Diciamo che alcuni editori e molti editor e funzionari importanti si sono cimentati con questo lavoro. Secondo me il discorso è molto semplice: Chi poi diventa editore, è perché ci si appassiona vieppiù. Chi non ha mai fatto o apprezzato fino in fondo questo lavoro ha indifferenza verso le traduzioni e tale indifferenza dà luogo a pessime edizioni.

In che modo deve intervenire un redattore su una traduzione? Tanto per cominciare, un revisore di traduzioni deve essere lui stesso un buon traduttore. E poi è importante che i traduttori accettino di sottoporsi a prove. È importante che ci si parli, ci si capisca. Quando poi il revisore si trova davanti la traduzione pronta, deve mettere a disposizione di quel testo tutta la propria competenza e, perché no, tutta la propria creatività. Forse io, revisore, avrei reso diversamente quella parola o quella pagina, ma se individuo nella pagina del traduttore coerenza, sensibilità, sensatezza, devo essere capace di fare un passo indietro.

Il lavoro del revisore è particolarmente delicato e difficile e non certo esente da frustrazioni perché egli è tenuto a una doppia oblatività, e cioè al rispetto sia per la voce dello scrittore sia per quella del traduttore: Un buon revisore si mette al servizio di queste due voci, in un lavoro ancora più oscuro di Talvolta i rapporti fra redattore e traduttore tendono al conflitto. Il traduttore lavora spesso in condizioni non esenti da una certa frustrazione: A proposito di premi… Lei ha raccolto moltissimi riconoscimenti. Nel ha ottenuto il Premio Goethe per le sue traduzioni di Freud e per i saggi di Elias Canetti contenuti nel volume La coscienza delle parole; nel , il Premio Monselice per Una scrittura femminile azzurro pallido di Franz Werfel e Il nipote di Wittgenstein di Thomas Bernhard; nel , il Premio Grinzane Cavour e, nel , il Premio nazionale per la traduzione del Ministero per i beni culturali e ambientali.

La sua autorevolezza in materia è fuori discussione. Posso chiederle quindi come si deve tradurre? Non so rispondere a questa domanda. Le dico solo che, per È un percorso da montagne russe: È un percorso di estrema oblatività a cui fa seguito uno scatto di orgoglio creativo. Ci vuole anche, ovviamente, una grande acribia, e conoscenza, e competenza, e, quando è il caso, cultura specifica; aiuta molto in questo lavoro la curiosità intellettuale, e perfino la disponibilità affettiva, verso mondi ed esperienze diversi dai nostri, e la consapevolezza che il dilettantismo intellettuale è un atteggiamento nobile e divertente che aiuta ad affrontare il mondo e a compensarci della nostra pochezza.

Crede che si possa insegnare a tradurre? E naturalmente anche i trucchi del mestiere. Faccio un esempio: E ammesso che il talento non manchi, come si impara a tradurre? Traducendo e lavorando su autori diversi, rivedendosi e confrontandosi con chi ha più esperienza. Che tipo di esperienza è stata? In fondo ho fatto critica letteraria. Due romanzi su tre acquistati dagli italiani sono traduzioni, si tratta quindi di un fenomeno importante. Ritiene che il livello medio delle traduzioni sia soddisfacente? Come si potrebbe porvi riparo? No, ritengo che il livello medio delle traduzioni non sia del tutto soddisfacente. Il problema è che in Italia si legge poco, gli editori di cultura hanno profitti modesti e non possono permettersi di pagare di più i loro collaboratori.

In Olanda e in Germania, dove si legge molto, i traduttori sono trattati meglio. Peccato che non tutti gli editori siano stati traduttori. Darebbero più importanza a questo bellissimo mestiere, investirebbero di più nelle traduzioni, e i traduttori, vivendo in condizioni meno grame, lavorerebbero meglio. La mia nuova traduzione di Sein und Zeit — premeditata dagli anni settanta — fu proposta a Mario Spagnol Longanesi, via Salvini 3, Milano con lettera del 27 ottobre Alle sue spalle una porta. Con qualche esitazione e con qualche problema di orientamento cominciai a percorrere la diagonale.

Scenario 1 burocratico: Spagnol, presumibilmente occupato nello studio alle sue spalle. Scenario 2 opera buffa: Ero in trappola: Era chiaro che la sedia che cominciavo a scorgere sullo spigolo destro della enorme scrivania era destinata a me. In realtà: Poi mi sedetti e notai che 1. Posted by Hailey in Roulette on April 23, There are numerous roulette systems for sale. Do they work, and can you win? The truth is, save your cash, no program functions for roulette. Why not? Because roulette is a complete game of possibility, and each roll of the ball is unique to every other roll. That is why tracking results and models are completely invalid. So is it impossible to win at roulette then?

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